ecotecno
ENERGIA PULITA E NUOVI STILI DI VITA

INDICE del n. 2
COPERTINA - EDITORIALE - Perché non ha senso costuire CENTRALI NUCLEARI - CACAO Il quotidiano delle BUONE NOTIZIE - NON E' VERO CHE TUTTO VA PEGGIO Come si diventa ECOLOGICAMENTE PAZZI - COME SI BACIA UNA RAGAZZA - EMORROIDI SOLIDALI - LE AVVENTURE DI TONI BARRA

NUCLEARI DOVE LE METTO?

Gruppi di acquisto etici:




telefonia_etica

Crea un Gruppo d'acquisto per i riduttori di flusso: sconti a partire dal 20% per ordini superiori a 100 riduttori per rubinetto! Scrivici

Per i Tuoi acquisti:

 

I costi del nucleare

In un articolo apparso su “The Wall Street Journal” del 30 maggio Henry Sokolski, il direttore dell’ organizzazione di ricerca “Nonproliferation Policy” di Washington, afferma che la società elettrica tedesca E.On che sta costruendo una centrale in Finlandia ha individuato in 6 miliardi di euro il costo di un singolo impianto. Questi costi coprono solo la costruzione dell’ impianto e non comprendono nè lo smaltimento dei rifiuti radioattivi nè le spese operative.

In un altro articolo apparso il 2 giugno su “Il Sole 24 Ore” Giuseppe Oddo fa una breve analisi della situazione economica della società leader nel settore elettrico in Italia e che sicuramente avrebbe un ruolo chiave nel ritorno del nucleare: l’ Enel. Oddo ricorda che l’ Enel è una società ancora oggi in buona parte di proprietà pubblica, ed elenca i due motivi per cui è difficilmente plausibile che l’ Enel scenda adesso in campo nel nucleare senza aiuti economici di Stato: l’ indebitamento totale dell’ Enel ha superato a fine 2007 i 60 miliardi di euro (per via della recente acquisizione della spagnola Endesa) e l’ esposizione finanziaria dell’ Enel potrebbe essere già destinata ad aumentare dal 2010 (se la società Acciona eserciterà il diritto d’opzione per vendere all’ Enel anche la sua quota di minoranza in Endesa).

Per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti. Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l’International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari.
Secondo l’International Energy Agency (IEA) il contributo al fabbisogno energetico mondiale fornito dal nucleare è solo del 6,5% dell’energia primaria ed è destinato a ridursi al 4,5% nel 2030.

Il nucleare è la fonte energetica più costosa e con il maggior bisogno di sussidi statali.

Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) il costo di 1 kWh di energia elettrica costa 6,13 cent/$, da gas 4,96 cent/$, da carbone 5,34 cent/$, da fonte eolica 5,05 cent/$. Risultati analoghi sono stati presentati da studi della Chicago University e del Massachusetts Institute of Technology. Queste valutazioni economiche sono sottostimate perché non comprensive dei costi del decommissionamento degli impianti e del trattamento delle scorie di lungo periodo.

 

Le scorie nucleari vengono classificate in tre livelli a seconda della loro attività radioattiva.

Quelle di terzo livello sono le ceneri scaturite dalla combustione dell’uranio nei reattori, e per il loro stoccaggio è prevista la vetrificazione e il deposito in bunker sotterranei realizzati in maniera tale da
non permettere la fuoriuscita del materiale radioattivo. Queste scorie possono decadere anche in 100.000 anni, e il plutonio può esigerne addirittura 250.000.
Ora, se nel mondo esistono oltre settanta depositi dove sistemare le scorie a bassa e media radioattività - quelli europei si trovano a Le Hague (Francia), Sellafield (Gran Bretagna), Oskarshamn (Svezia) e Olkiluoto (Finlandia) -, non esiste ancora in Europa un luogo sicuro ove procedere allo stoccaggio delle scorie ad alta attività senza alcun rischio per la salute e l’ambiente, per non parlare del rischio di possibili incidenti, attentati terroristici e calamità naturali, tutte possibili fonti di disastri lungo un arco temporale estremamente dilatato.

Ad oggi, in tutto il mondo, mentre le 439 centrali in funzione continuano ad accumulare tonnellate di scorie (2300 ogni anno nei soli Stati Uniti), si è individuato un deposito geologico, sotto il monte Yucca, nel Nevada meridionale, dove trasportare e interrare oltre 70.000 tonnellate di rifiuti radioattivi speciali.

Solo per gli studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi circa 7 miliardi di dollari; per la costruzione del deposito, si prevede una spesa di almeno 58 miliardi di dollari. Si tratta poi di trasferirvi il materiale radioattivo, attualmente conservato in 131 depositi sotterranei distribuiti in 39 stati: per il trasporto occorreranno 4600 treni e autocarri che dovranno attraversare 44 stati. A quanto dicono gli esperti, quando questo deposito sarà ultimato (con tutta probabilità dopo il 2010), si sarà accumulata una quantità tale di scorie radioattive da richiedere la costruzione di un altro deposito. Sostengono inoltre che, in base a studi scientifici effettuati da commissioni non-governative, sarà impossibile impedire a lungo termine infiltrazioni di acque sotterranee nel deposito.

In Italia sono rimasti, dopo la chiusura delle centrali nucleari, 55000 metri cubi di scorie radioattive, 35000 dei quali sono conservati nelle centrali in attesa di demolizione. Il resto è conservato in altri siti, principalmente negli impianti di Saluggia in Piemonte e Casaccia nel Lazio.

Il deposito di Saluggia, dove vengono tenuti 1500 metri cubi di scorie altamente radioattive, si trova sulle sponde della Dorea Baltea, a due chiilometri dalla confluenza con il Po, in una zona a forte rischio di alluvione, sopra le più importanti falde acquifere del Piemonte.

Circa 1500 tonnellate di scorie altamente radioattive, prodotte dal combustibile nucleare usato nelle centrali nucleari italiane, sono state inviate nell’impianto di ritrattamento di Sellafield in Gran Bretagna per estrarne uranio e plutonio. Ciò che rimane è un materiale altamente radioattivo a periodo di dimezzamento lunghissimo, ammontante a circa 600 tonnellate, che l’Italia deve provvedere a stoccare in condizioni di sicurezza.

La produzione mondiale di uranio alla fine del 2006 si è attestata a 39.603 tonnellate, incontrando solo il 60% della domanda globale per il funzionamento di reattori nucleari.

È il dato stimato dall’agenzia per l’energia nucleare Ocse nel suo rapporto biennale. Il fabbisogno mondiale di uranio annuale è pari a 66.500 tonnellate per i 435 reattori nucleari in funzione.

Il gap tra domanda e offerta di uranio viene colmato tramite fonti secondarie, come scorte governative e commerciali, smantellamento di armi nucleari o i processi di arricchimento. Si stima il raggiungimento del picco dell’uranio (cioè quando la domanda sarà maggiore dell’offerta) nel 2060, ma se il numero di impianti dovesse crescere la data si sposterebbe al 2040-2050, cioè nello stesso periodo in cui si può collocare il picco combinato di petrolio e metano.